
Per la prima volta nel 2025 si celebrano le più grandi fonti di acqua dolce del pianeta, che fronteggiano la sfida dei cambiamenti climatici.
Un nuovo studio rivela l’impatto delle strade che hanno spezzettato il pianeta in 600mila frammenti, la maggior parte dei quali troppo piccoli per ospitare la fauna selvatica.
Un tempo il pianeta era un unico, sconfinato parco, gli animali che lo solcavano dovevano far fronte ad una grande varietà di pericoli, ma la natura aveva forgiato ognuno di loro, quantomeno i più adattabili, per superarli. Fra questi pericoli non figuravano però quegli enormi esseri di metallo che incedono ad elevate velocità, che fanno strage di animali e che necessitano di infinite distese di asfalto per muoversi: le automobili.
Le strade hanno diviso la superficie terrestre in migliaia di frammenti, 600mila secondo uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori e pubblicato sulla rivista Science. La frammentazione delle aree naturali ha relegato le altre specie ai margini e spezzato i collegamenti tra i vari ecosistemi. Tali collegamenti, ormai interrotti da strade e infrastrutture, sono fondamentali per alcune specie che utilizzano ampi areali, in particolare predatori e grandi mammiferi come lupi e orsi.
Dallo studio, basato sull’analisi di 36mila chilometri di strade, è emerso che le aree senza strade presenti sulla superficie terrestre sono divise in 600mila pezzi, di cui oltre la metà ha un’estensione inferiore al chilometro quadrato. Di questi frammenti solo il 7 per cento supera i 100 chilometri quadrati di superficie, mentre l’80 per cento è grande meno di cinque chilometri quadrati. Infine solo un terzo delle aree prive di strade è veramente “selvaggio”, nella maggior parte sono infatti presenti campi agricoli e insediamenti umani.
L’impatto delle strade, secondo i ricercatori, va ben oltre la realizzazione delle strade stesse, comporta infatti la distruzione delle foreste, l’inquinamento, la frammentazione delle popolazioni animali e l’introduzione di parassiti. Le nuove strade aprono inoltre vie d’accesso agli umani consentendo loro di spingersi in aree che un tempo erano selvagge e sicure e di poter così sfruttare anche quelle, cacciando animali, realizzando nuove infrastrutture e scavando miniere.
La frammentazione degli habitat è una delle cause principali per la perdita locale di specie animali, specie se al vertice della catena alimentare. Isola i grandi animali abituati a coprire grandi distanze, in questo modo non possono riprodursi con gli altri membri della propria specie e rafforzare così il patrimonio genetico. Di conseguenza si avrà un aumento degli incroci tra individui imparentati, dando luogo così alla presenza di difetti e malattie ereditarie. Gli individui isolati in una porzione di territorio divengono anche più vulnerabili alle pressioni esterne, come i cambiamenti climatici. Il declino dei grandi animali ha anche inevitabilmente ripercussioni sulle altre specie presenti in quell’ecosistema, compreso l’essere umano.
In base a uno studio pubblicato sulla rivista Plos Biology, da qui al 2050 nel mondo verranno costruiti altri 25 milioni di chilometri di strade, la maggior parte delle quali nei paesi emergenti. Per far sì che queste strade non compromettano ulteriormente la già critica situazione è stato creato un sistema di mappature che mostra le aree più idonee a ospitare nuove strade, cercando per quanto possibile di tutelare la biodiversità. “Se le nuove vie vengono tracciate in modo strategico, andando a servire aree già disboscate e poco connesse, si può dare il via a una crescita dell’agricoltura”, spiegano i ricercatori.
Attualmente nel pianeta restano poche grandi aree libere dalle strade e dall’asfalto, dove a dominare è ancora la natura e dove l’uomo può spostarsi solo sulle proprie gambe. Si tratta delle foreste pluviali in Amazzonia e Indonesia, della tundra in Russia e delle foreste temperate del Canada, ci auguriamo che non sia mai possibile visitarle comodamente seduti a bordo di un’automobile.
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Per la prima volta nel 2025 si celebrano le più grandi fonti di acqua dolce del pianeta, che fronteggiano la sfida dei cambiamenti climatici.
Un tribunale condanna Greenpeace a pagare 660 milioni di dollari. L’accusa? Aver difeso ambiente e diritti dei popoli nativi dal mega-oleodotto Dakota Access Pipeline.
In Italia sono 265 gli impianti ormai disuso perché non nevica più: rimangono scheletri e mostri di cemento. E l’esigenza di ripensare la montagna e il turismo.
Temendo la presenza di rifiuti tossici, la Groenlandia ha interrotto l’estrazione dell’uranio. Ora potrebbe essere costretta a ricominciare. O a pagare 11 miliardi di dollari.
L’organizzazione della Cop30 nella foresta amazzonica porta con sé varie opere infrastrutturali, tra cui una nuova – contestatissima – autostrada.
Incidente nel mare del Nord tra una petroliera e una nave cargo: fiamme e fumo a bordo, si teme lo sversamento di combustibile in mare.
Saudi Aramco, ExxonMobil, Shell, Eni: sono alcune delle “solite” responsabili delle emissioni di CO2 a livello globale.
A23a, l’iceberg più grande del mondo, si è fermato a 80 km dalla Georgia del Sud, dove ha iniziato a disgregarsi.
Una causa intimidatoria per fermare chi lotta per la difesa delle risorse naturali e contro le giganti del petrolio. È quanto sta vivendo Greenpeace per le proteste contro il Dakota access pipeline.