
In un nuovo decreto previsti limiti più stringenti per queste molecole chimiche eterne, ma ancora superiori a quelle indicate dalle agenzie ambientali.
È vero: alcune parti della foresta amazzonica si stanno lentamente trasformando in una savana. Ma è fondamentale non gettare la spugna.
Anziché i nemici, nella guerra contro i cambiamenti climatici stiamo attaccando i nostri più importanti alleati: gli oceani e l’Amazzonia. I primi assorbono gran parte del calore in eccesso presente sulla Terra, mentre la seconda produce pioggia e ossigeno assorbendo anidride carbonica. Noi, però, stiamo danneggiando questi ecosistemi e, si sa, gli organismi che non sono in salute non riescono a svolgere le proprie funzioni.
Questa è un’emergenza. Non è uno scherzo.
È quanto sta succedendo alla foresta amazzonica: la regione orientale, specialmente quella sudorientale, ha cominciato a emettere più CO2 che ossigeno.
Lo ha rivelato uno studio pubblicato sulla rivista Nature da un gruppo internazionale di scienziati, molti dei quali brasiliani, che hanno esaminato quattro siti nel periodo compreso fra il 2010 e il 2018. I ricercatori sono convinti che questo sia dovuto al fatto che, negli ultimi quarant’anni, l’est dell’Amazzonia è stato soggetto a un maggiore tasso di deforestazione, a temperature più elevate unite a periodi siccitosi più frequenti, specialmente nella stagione secca.
“Quando la foresta viene degradata e subisce l’impatto della deforestazione, gli alberi effettivamente riducono la loro capacità di avere un assorbimento netto di CO2, sono meno efficienti nell’assorbire CO2, semplicemente perché sono più deboli, perché muoiono prima”, spiega Isabella Pratesi, direttrice della conservazione al Wwf Italia. “A far salire così tanto il bilancio, però, sono le emissioni derivanti dagli incendi. Noi sappiamo che quando le foreste vengono incendiate, hanno un’alta emissione di monossido e biossido di carbonio”.
Insieme alla crisi climatica e al disboscamento, che con l’elezione in Brasile di Jair Bolsonaro è stato incentivato per fare spazio all’agribusiness e alle attività estrattive, a causare un forte stress all’Amazzonia è quella che viene chiamata forest degradation. Un altro studio pubblicato su Nature climate change ha messo in luce l’importanza dell’agb (aboveground biomass): è tutta la biomassa presente nella vegetazione, sia legnosa sia erbacea, che si trova sopra il suolo e include steli, ceppi, rami, corteccia, semi e fogliame. Questo insieme di organismi è un carbon pool – un “serbatoio” di carbonio, cioè un componente dell’ecosistema in grado di assorbire o rilasciare anidride carbonica – che si può vedere a occhio nudo, e qualunque cambiamento al suo interno può incidere negativamente sulle sue funzionalità.
È come se le grandi foreste tropicali, l’Amazzonia e il bacino del Congo, fossero due ventricoli dello stesso cuore che pompano alternandosi.
Quando un ecosistema viene degradato, questi preziosi elementi vanno persi. Ma non solo. “Si parla di forest degradation quando le attività umane entrano nella foresta e a poco a poco iniziano a sottrarre biodiversità”, continua Pratesi. “La foresta non è composta soltanto da alberi: è un sistema incredibilmente ricco in cui anche gli animali rivestono un ruolo straordinario. Quindi una foresta che inizia a spopolarsi di animali perde un elemento cruciale per la propria rigenerazione ed è gradualmente destinata a degradarsi, a essere più prona agli incendi, a emettere più CO2”.
Come accennato inizialmente, non possiamo permetterci di vedere il bicchiere mezzo vuoto. Gli scienziati prevedono che la foresta possa raggiungere il tipping point, il punto di non ritorno, entro il 2025. Abbiamo una finestra, per quanto piccola. “Dobbiamo proteggere quelle parti dell’Amazzonia che ancora non hanno raggiunto il tipping point”, spiega Leila Salazar-López, direttrice esecutiva di Amazon watch. “Il modo migliore per riuscirci è assicurare che i diritti degli indigeni siano rispettati. Ciò che dobbiamo fare è tutelare l’80 per cento dell’Amazzonia entro il 2025”. Proprio perché la finestra temporale è stretta, è il momento di agire subito e in fretta, ponendosi degli obiettivi stringenti: deforestazione zero, emissioni zero. Che è diverso da emissioni nette zero.
Continuare a estrarre petrolio e altri combustibili fossili non è sostenibile. È necessaria una transizione dei modelli energetici ed economici. Amazon watch da un lato sostiene le popolazioni indigene, dall’altro accusa i responsabili delle attività estrattive che includono governi, aziende, banche. “Blackrock, la più grande società di investimento a livello mondiale, è uno dei principali finanziatori dello sfruttamento dell’Amazzonia ed è al centro di una campagna che abbiamo chiamato Blackrock’s big problem. Finanziano la crisi climatica. Noi li stiamo spingendo a cambiare politiche”.
Dobbiamo ripristinare gli ecosistemi, riforestare, investire nelle soluzioni offerte dagli indigeni, nei loro progetti di conservazione: hanno dimostrato di essere in grado di proteggere le loro terre. Dobbiamo mettere a punto un modello di sviluppo che sia in armonia con la foresta.
Quando stai perdendo sangue, pensi subito a fermare il sanguinamento. Questo è quello che dobbiamo fare.
L’Unione europea sta portando avanti – e dobbiamo fare in modo che tutti i paesi la sostengano – una legge per fermare l’importazione di deforestazione. Gran parte della distruzione delle foreste, non soltanto quella amazzonica, è dovuta ai nostri consumi. Noi “importiamo”, l’Italia in particolare, una quantità enorme di deforestazione poiché consumiamo prodotti alimentari che la causano.
“Se vogliamo scegliere un’azione che, su tutte, può aiutare a proteggere le foreste dobbiamo fermare il nostro consumo di carne, soprattutto quella proveniente da allevamenti intensivi”, prosegue Isabella Pratesi. “La carne proveniente da allevamenti intensivi richiede un’enorme quantità di soia. E la soia che viene importata in Italia arriva dalle coltivazioni intensive del Sudamerica”.
Quello che sta capitando all’Amazzonia, gli incendi in California e in Sardegna, le inondazioni in Germania, Paesi Bassi, Cina, India e Nigeria ci stanno dimostrando che, nella lotta contro i cambiamenti climatici, siamo tutti uniti. Siamo cittadini del mondo e veniamo unanimemente colpiti dalle grandi crisi, come quella climatica e quella sanitaria. Ne stiamo subendo tutti le conseguenze, in vari modi.
Anche per questo, dice Salazar-López, la prima cosa che possiamo fare è far sapere ai popoli indigeni che siamo dalla loro parte. “Due anni fa abbiamo organizzato un giorno di azione globale per l’Amazzonia: studenti, attivisti, associazioni cittadine, ong hanno partecipato in tutto il mondo. Quest’anno all’inizio di settembre faremo un’intera settimana. Ovunque tu sia, puoi partecipare. Altrimenti si può prendere parte agli scioperi per il clima organizzati dai giovani”.
Abbiamo ancora tempo, ma ne resta poco. Evitiamo di sprecarlo. Abbiamo i dati degli scienziati, e le soluzioni degli indigeni. È ora di unire i puntini.
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