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Si è aperto in Corea l’ultimo ciclo utile di negoziati per un trattato contro l’inquinamento da plastica. Ma i produttori di petrolio già remano contro.
A Busan, in Corea del Sud, si è aperto il quinto e ultimo ciclo di negoziati per adottare un trattato internazionale contro l’inquinamento da plastica. Questa conferenza, che vede la partecipazione di 178 paesi, rappresenta un momento cruciale per affrontare una crisi ambientale che ormai tocca ogni angolo del pianeta. Ma forti divisioni tra le delegazioni rischiano di compromettere il raggiungimento di un accordo ambizioso.
“Questa conferenza è molto più di un appuntamento per mettere a punto un trattato internazionale: è l’umanità che si mobilita di fronte a una minaccia esistenziale,” ha dichiarato Luis Vayas Valdivieso, diplomatico ecuadoriano alla guida dei negoziati. Con 63 ore di lavori davanti, i delegati dovranno affrontare temi spinosi come la limitazione della produzione di plastica, il bando delle sostanze chimiche tossiche e l’imposizione di obiettivi vincolanti per ridurre i rifiuti plastici.
L’urgenza è evidente: secondo l’Ocse, la produzione globale di plastica è raddoppiata dal 2000, raggiungendo 460 milioni di tonnellate nel 2019, e potrebbe raddoppiare nuovamente entro il 2040 senza interventi adeguati. Più del 90 per cento della plastica non viene riciclato e oltre 20 milioni di tonnellate finiscono nell’ambiente ogni anno, spesso dopo pochi minuti di utilizzo. Inoltre, la plastica è responsabile del 3 per cento delle emissioni globali di gas serra, essendo prodotta principalmente da combustibili fossili.
Le microplastiche, ormai onnipresenti, sono state rilevate in alimenti, corpi umani – persino nel latte materno e nel cervello – e perfino nelle nuvole, sollevando allarmi sulla loro pericolosità per la salute umana e gli ecosistemi.
A Busan si fronteggiano due visioni contrapposte. Da un lato, la “coalizione dalle alte ambizioni” (Hac), sostenuta da numerosi stati africani, europei e asiatici, promuove un trattato vincolante che abbracci l’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione alla gestione dei rifiuti. La Hac si batte per riduzioni obbligatorie della produzione e una riprogettazione dei materiali per favorirne il riciclo.
Dall’altro lato, i grandi produttori di petrolio, come Arabia Saudita, Russia e Iran, sostengono un approccio più blando, limitato al riciclo e alla gestione dei rifiuti, senza intervenire sulla produzione. L’Arabia Saudita, in particolare, è il maggiore esportatore di polipropilene, uno dei tipi di plastica più comuni, e difende la necessità di mantenere alta la produzione per sostenere l’economia globale.
Queste divergenze hanno prodotto, nelle precedenti sessioni, una bozza di trattato di oltre 70 pagine considerata poco pratica. Per superare lo stallo, Vayas Valdivieso ha proposto un nuovo testo più snello, il Non-Paper 3 di 17 pagine, che rappresenterà la base dei negoziati.
Le posizioni di Stati Uniti e Cina, i principali produttori di plastica, saranno decisive per il successo della conferenza. Gli Stati Uniti, inizialmente favorevoli a un approccio non vincolante, hanno recentemente aperto a obiettivi globali di riduzione della produzione. Tuttavia, l’elezione di Donald Trump alla presidenza ha sollevato dubbi sull’effettiva volontà di Washington di ratificare un eventuale accordo ambizioso.
“Che senso ha convincere gli Stati Uniti a firmare un trattato che potrebbero non ratificare mai?” si è chiesto un delegato, riflettendo sul possibile impatto delle posizioni americane sui negoziati.
Nonostante le difficoltà, esperti e ambientalisti mantengono la speranza. Inger Andersen, direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), ha esortato i delegati a considerare la giustizia intergenerazionale: “Non possiamo rimandare il problema, lasciandolo sulle spalle delle generazioni future. Possiamo risolverlo, ma dobbiamo agire ora”.
Un recente studio pubblicato su Science ha indicato che, con misure audaci, è ancora possibile ridurre drasticamente l’inquinamento da plastica. Tra le soluzioni più efficaci figurano l’uso obbligatorio del 40 per cento di plastica riciclata nei nuovi prodotti, il contenimento della produzione ai livelli del 2020 e un significativo investimento nella gestione dei rifiuti.
Insomma, Busan rappresenta l’ultima grande occasione per elaborare un trattato che fermi la crisi della plastica, garantendo un futuro più sostenibile per il pianeta e le prossime generazioni.
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