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Il gruppo di moda Pvh ha sospeso le importazioni di cotone dallo Xinjang, in Cina, a causa della discriminazione ai danni degli uiguri.
La globalizzazione è ricca di paradossi. Di recente, la Cina ha avviato un’indagine contro il gruppo Pvh, proprietario dei celebri marchi Calvin Klein e Tommy Hilfiger, accusato di boicottare il cotone prodotto nella regione dello Xinjiang, dove si concentra la minoranza musulmana degli uiguri vittima di sfruttamento da parte del governo di Pechino. Il paradosso è proprio questo: da una parte il governo cinese è accusato di discriminare gli uiguri e di costringerli al lavoro forzato, dall’altra lo stesso governo fa causa ai marchi che intraprendono azioni di boicottaggio per rispettare i diritti umani.
Gli uiguri sono una minoranza musulmana, di etnia turcofona, e rappresentano quasi la metà della popolazione della regione cinese dello Xinjiang. In epoca moderna, la prima Repubblica del Turkestan orientale proclamò la propria indipendenza dalla Repubblica di Cina nel 1933 per poi essere recuperata dal Kuomintang, il partito che regnò in Cina fino alla rivoluzione comunista di Mao Tse Tung. Nel 1944, venne proclamata la seconda Repubblica del Turkestan orientale, una repubblica popolare socialista di breve durata sostenuta dall’Unione Sovietica e costituita dai popoli turchi che abitavano l’area. Anche questa venne rioccupata, questa volta dall’Esercito popolare di liberazione – l’armata comunista – nel 1949. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, in opposizione all’indipendentismo uiguro, la Cina avviò l’inserimento di gruppi cinesi d’etnia Han nella regione, reprimendo la cultura uigura e violando i diritti umani della popolazione musulmana.
Nel 2009, ci furono violenti scontri tra le autorità cinesi e gli indipendentisti uiguri, la cui eco toccò anche l’Italia: all’epoca, la senatrice Emma Bonino condannò pubblicamente la repressione di Pechino. Ma i rapporti di analisti e ong fissano al 2017 l’anno da cui il governo cinese ha intensificato la repressione su questa minoranza, con centinaia di migliaia di persone rinchiuse in campi di rieducazione, sottoposte a violenze fisiche e psicologiche e costrette al lavoro forzato.
Da anni, infatti, la Cina è accusata dalle associazioni che difendono i diritti umani e da diverse organizzazioni giornalistiche di compiere in modo sistematico un “genocidio culturale” o “etnocidio” nei confronti degli uiguri. Tali attività di discriminazione passano attraverso il lavoro forzato e il trasferimento della popolazione in veri e propri campi di internamento, dove chi viene incarcerato senza processo viene sottoposto a torture fisiche e psicologiche e a violenze sessuali. Gli uiguri, lontani dalla propria casa, vivono in dormitori segregati, sono sottoposti a corsi di formazione ideologica e di lingua (il cinese mandarino, naturalmente) organizzati al di fuori dell’orario di lavoro, sono soggetti a una sorveglianza costante e non possono osservare la propria religione.
Migrazioni forzate, separazione familiare (per cui i maschi adulti vengono separati dalle loro famiglie e dai loro figli), sorveglianza di massa, espropriazione delle terre e assimilazione culturale (indottrinamento) con l’obiettivo di eliminare un’intera cultura: queste le pratiche denunciate da diversi osservatori. Dopo aver subito sessioni di lavaggio del cervello – che il governo cinese definisce “programmi di formazione professionale”, in quanto i lavoratori devono ricevere una “accurata formazione ideologica” – gli uiguri sono trasferiti, forzatamente, verso miniere, aziende agricole illegali e nelle fabbriche, dove finiscono per realizzare i beni di consumo riversati nel mercato occidentale. Le stime parlano un numero che oscilla tra 900mila e 1,8 milioni di persone incarcerate.
Merci a basso costo di produzione e sfruttamento: questo è il destino a cui è sottoposta la regione dello Xinjang. Diversi rapporti di accademici e ong hanno sollevato l’allarmante questione etica nell’industria della tecnologia, dell’abbigliamento e dell’automotive a livello globale, suscitando però ancora poche reazioni: il coinvolgimento di noti marchi, tra cui Apple, Samsung, Huawei e Sony nel settore tecnologico, Nike, Hugo Boss, Zara e Max Mara nell’abbigliamento, Volkswagen e Bmw nel settore dell’auto, dimostra quanto le pratiche di lavoro forzato ai danni degli uiguri tocchino ormai tutti gli oggetti di uso quotidiano. Ma il consumatore occidentale fatica a conoscere la storia che si nasconde dietro tale merce.
Attraverso il documento “Tailoring responsability: tracing apparel supply chain from the Uyghur region to Europe” pubblicato alla fine del 2023, l’università Hallam di Sheffield, in Gran Bretagna, ha messo in evidenza come lo Xinjiang sia coinvolto nello sfruttamento di manodopera all’interno della filiera dell’abbigliamento. La regione uigura produce circa il 23 per cento della fornitura mondiale di cotone e il 10 per cento di pvc, un materiale meglio conosciuto nel mondo dell’edilizia ma che si usa anche per indumenti e accessori protettivi. Il rapporto, redatto da Yalkun Uluyol, ricercatore di origine uigura ubicato in Turchia, in collaborazione con due organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti degli uiguri (Uyghur rights monitor e Uyghur center for democracy and human rights) si basa su fonti aperte (dati di spedizione, relazioni finanziarie aziendali, articoli) e testimonianze dirette di chi ha lavorato nelle fabbriche tessili e si concentra su quattro fornitori cinesi, tra cui Zhejiang Sunrise, Beijing Guanghua textile group, Anhui Huamao e Xinjiang Zhongtai Group, che hanno rapporti commerciali con grandi marchi di moda europei. Questi fornitori sono accusati di approvvigionarsi da fabbriche nello Xinjiang che sfruttano il lavoro forzato degli Uiguri. In particolare, Zhejiang Sunrise annovera tra i suoi clienti, attraverso due sue controllate (Smart Shirts e May YSS), Hugo Boss in Germania, Ralph Lauren e Burberry in Italia e Tommy Hilfiger e Calvin Klein (entrambi marchi Pvh) nei Paesi Bassi. Due marchi che hanno deciso di boicottare il cotone proveniente dallo Xinjang.
In realtà, la decisione adottata da Pvh, che dice di essere in costante contatto con le autorità cinesi, non è recente ma risale al 2020, quando “è stata presa in linea con le politiche di sostenibilità e responsabilità sociale del gruppo”, dice l’azienda. Ma secondo il ministero del Commercio cinese, il boicottaggio del cotone dello Xinjiang non è giustificato da prove concrete e danneggia economicamente la Cina. L’inserimento di Pvh in un elenco di enti inaffidabili è uno strumento di ritorsione economica che Pechino utilizza per reagire alle sanzioni e ai blocchi imposti dall’occidente, come quelli adottati dagli Stati Uniti per contrastare l’importazione di prodotti derivati da lavoro forzato.
Non è un caso, infatti, che questa iniziativa cinese giunga in un periodo di crescenti tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti. Negli anni passati, l’amministrazione Biden ha adottato una serie di provvedimenti volti a limitare l’importazione di merci legate allo Xinjiang, tra cui lo Uyghur forced labor prevention act, una legge che vieta l’ingresso negli Stati Uniti di prodotti sospettati di essere stati realizzati mediante lo sfruttamento del lavoro forzato.
Pvh non è la prima azienda a subire ritorsioni da parte della Cina per decisioni simili: nel 2021, la stessa sorte è toccata al marchio svedese H&M, escluso per mesi dai principali e-commerce cinesi, prima di essere reintegrato.
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