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Quanto è vicino il collasso dell’Amoc, il sistema che comprende la corrente del Golfo, e cosa comporta? Ne parla Lungo la corrente, di Lorenzo Colantoni.
Ci sono dei punti fermi, immutabili su come funziona il mondo. E, per questo, rassicuranti. Già a scuola, per esempio, impariamo che la corrente del Golfo nasce nel golfo del Messico e, con le sue grandi masse di acqua calda, attraversa l’oceano Atlantico verso nordest rendendo più miti gli inverni dell’Europa occidentale e settentrionale. Ma il riscaldamento globale stravolge anche questa certezza. E le conseguenze sono “inimmaginabili”. Il giornalista Lorenzo Colantoni ha provato a indagarle – e, soprattutto, a raccontare la reazione delle persone che le dovranno affrontare – viaggiando a piedi, in treno e in barca a vela in sei paesi europei, dalle Azzorre alle Svalbard. Il risultato è Lungo la corrente, edito da Laterza.
Quella che conosciamo come corrente del Golfo fa parte di un sistema più ampio che gli addetti ai lavori chiamano Amoc, sigla che sta per Atlantic meridional overturning circulation (capovolgimento meridionale della circolazione atlantica). Questo sistema di correnti è già al suo punto più debole degli ultimi 1.600 anni. A giocare un ruolo fondamentale sono le emissioni di gas serra che hanno fatto aumentare la temperatura media globale, causando la fusione dei ghiacci della Groenlandia e del ghiaccio marino artico. Quest’acqua di fusione, unita a quella delle precipitazioni in aumento, confluisce nell’Atlantico settentrionale rendendone le acque più dolci e meno dense.
Finora l’orientamento della comunità scientifica è stato prudente. A partire dal Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipccc) che ritiene che manchino ancora 700-1.000 anni a quando l’Amoc rischierà di bloccarsi del tutto. Altri studi, però, fanno ipotizzare che questo momento sia molto più vicino. Il primo risale al 2021 e conferma la “quasi completa perdita di stabilità” dell’Amoc nell’ultimo secolo. Il secondo, pubblicato a luglio 2023 dall’università di Copenaghen, stima che – se le emissioni di CO2 resteranno quelle attuali – l’intero sistema potrà collassare tra il 2025 e il 2095, con una valutazione intermedia al 2050. Un orizzonte pressoché immediato.
Un’altra recentissima pubblicazione che vede come primo autore il climatologo statunitense James Hansen dice chiaramente che le Nazioni Unite stanno sottovalutando due fenomeni. Il primo è l’impatto che la riduzione delle emissioni di zolfo del trasporto marittimo ha sull’albedo terrestre e, dunque, sull’assorbimento del calore da parte del nostro Pianeta. Il secondo è, appunto, il collasso dell’Amoc. Che potrebbe verificarsi già nell’arco dei prossimi venti o trent’anni e va considerato come il “punto di non ritorno”.
“Il problema principale dietro a questa incertezza è che ci mancano i dati. Le navi da ricerca possono misurare la velocità attuale delle correnti o anche quella passata, dragando ed esaminando i sedimenti, ma si tratta sempre di misure puntuali. Anche i satelliti dell’Agenzia spaziale europea cercano di capire la velocità e l’intensità delle correnti, ma ricavano misure indirette e riescono a vedere soltanto i primi centimetri dell’acqua”, ci spiega Lorenzo Colantoni. Oltretutto, continua, “noi pensiamo alla corrente come un flusso unico, una sorta di freccia che va dall’America centrale all’Europa settentrionale quando invece, in realtà, è fatta da tante sottocorrenti. Alcune di esse probabilmente sono già collassate”.
In sintesi, di fronte a noi abbiamo un ipotetico futuro in cui l’Amoc “si spegne”. Non sappiamo se e quando accadrà, ma sappiamo che sarebbe un “tipping point” dalle conseguenze letteralmente inimmaginabili. Quando è successa la stessa cosa in passato, per motivi naturali e dunque molto più lentamente, le temperature sono variate persino di 10 gradi Celsius. “È un’eventualità più remota, ma dovrebbe farci comunque paura. È una spada di Damocle che pende sulla nostra testa e noi non sappiamo se a tenerla è uno spago o una catena”, commenta Colantoni. A prescindere da questo grande rischio, stiamo già facendo i conti con il potenziale collasso dei sottosistemi. Non è da escludere che la variazione delle correnti abbia influito su alcuni degli eventi meteo estremi degli ultimi anni, come la siccità che ha stravolto l’Amazzonia nella seconda metà del 2023 oppure i violenti uragani che si abbattono sulle coste degli Stati Uniti. Ma, come spesso accade quando si parla di clima, non possiamo ricostruire con certezza un rapporto univoco di causa-effetto.
Questo aggiunge complessità alla complessità. Per gli studiosi ma anche per chi cerca di divulgare questi temi, facendoli uscire dalla nicchia degli addetti ai lavori. “Ci sono tanti elementi da bilanciare. Bisogna dare voce a una comunità scientifica che è molto cauta ma, al tempo stesso, trasmettere al grande pubblico l’urgenza di ciò che sta succedendo. Tutto questo mentre la comunicazione anti-climatica non si fa alcun problema a cavalcare le fake news più becere. Un tema come quello della corrente, per giunta, ha un livello di astrazione incredibile ma un impatto sulla quotidianità straordinario”, continua Colantoni.
La ricetta che propone nelle pagine di Lungo la corrente è quella di partire dai grandi temi per poi calarli nella quotidianità di chi li vive in prima persona. Come le arzille signore che l’autore incontra a Sanday, una delle isole più sperdute dell’arcipelago delle Orcadi, in Scozia. Cinquecento abitanti, due collegamenti via traghetto al giorno d’estate e due alla settimana d’inverno. Mentre gli offrono tè e fette di torta, le anziane – insieme ai loro mariti – raccontano di quando vent’anni prima gli abitanti dell’isola hanno messo a disposizione la terra dove installare le turbine eoliche, acquistando il 10 per cento dell’impianto. Da allora ricevono in cambio energia gratis (“finché c’è vento, chiaro; ma qui c’è sempre vento”) e un congruo compenso per la vendita di quella in eccesso.
Gli abitanti delle Orcadi non hanno paura delle tempeste quanto, piuttosto, del caldo anomalo che fa sciogliere la neve che proteggeva i campi d’inverno e favorisce la proliferazione di insetti. Le oche, invece di migrare a sud, svernano nelle isole e devastano i campi, lasciando gli allevatori senza più foraggio. Sempre per il caldo, all’estremo nord della penisola scandinava, in Lapponia, la neve scompare e il ghiaccio del permafrost fonde, spaccando il terreno e rilasciando altra anidride carbonica. Se c’è chi guarda con interesse alle opportunità commerciali del passaggio a nordovest che diventa finalmente praticabile, c’è chi vede avvicinarsi la fine della propria cultura millenaria. È il caso dei Sami, gli ultimi indigeni d’Europa.
Mentre facciamo i conti con un clima estremizzato, abbiamo di fronte a noi la prospettiva del collasso – totale o parziale – dell’Amoc, con le sue conseguenze ancora tutte da valutare. In Gran Bretagna, secondo alcune ricerche, potrebbe far crollare la temperatura di 6 gradi centigradi. Il clima sarebbe dunque paragonabile a quello dello Yukon o delle British Columbia, in una sorta di deserto freddo in cui coltivare è impossibile senza irrigazione.
A uno sguardo superficiale, verrebbe da pensare che l’Italia – non essendo affacciata sull’Atlantico – ne sia coinvolta in modo marginale. Ma non è così, ribadisce Colantoni, perché le correnti regolano il ciclo delle piogge, anche nel bacino del Mediterraneo. “Le questioni di cui parlo nel mio libro ci stravolgeranno la vita, perché l’Italia è già un hotspot dei cambiamenti climatici: un po’ per la sua posizione e conformazione geografica, un po’ per il dissesto idrogeologico dovuto ad alcune scelte scellerate fatte in passato”.
“Tra l’altro, alcuni studi recenti dimostrano come la connessione tra mar Mediterraneo e oceano Atlantico abbia un impatto sul funzionamento della corrente, per il contributo di salinità”, spiega Colantoni. “Al contrario di quanto afferma il negazionismo climatico, che si lega spesso a una sorta di isolazionismo, la verità è che viviamo tutti in un unico oceano. Noi, come Italia, abbiamo ruolo centrale e un potenziale straordinario, in positivo. Perché il mio lavoro su Lungo la corrente è innanzitutto un lavoro di speranza, ci tengo a sottolinearlo. C’è già un movimento grande, serio e convinto che va alla ricerca di soluzioni per i cambiamenti climatici. Non sto parlando di pochi eroi isolati, ma di una nuova generazione che prova a cambiare le cose. Anche noi, in Italia, potremmo essere pionieri nelle rinnovabili, nell’adattamento, nelle nature-based solutions. Dobbiamo soltanto scegliere su cosa investire, da che parte stare”.
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