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È un terremoto politico quello che si è scatenato ieri negli Stati Uniti: l’ex presidente Donald Trump è stato giudicato colpevole di 34 capi d’accusa.
“Guilty”. Dal pomeriggio di ieri una sola parola risuona nelle radio e televisioni, riempie le prime pagine di tutti i giornali e corre di bocca in bocca nelle strade degli Stati Uniti. L’ex presidente Donald Trump è stato dichiarato colpevole – “guilty”, appunto – di tutti i 34 capi d’accusa a lui ascritti nell’ambito del processo che lo vedeva imputato presso la corte di Manhattan, a New York. Si tratta del primo ex capo di stato americano ad essere condannato penalmente in tutta la storia degli Usa.
Si è trattato di un processo complesso, che mescola falsificazioni di documenti contabili e il tentativo di mettere a tacere una relazione con la pornostar Stormy Daniels grazie ad un lauto pagamento a favore della stessa, in cambio del suo silenzio. Ciò al fine di non provocare un danno d’immagine a carico di Trump, all’epoca in piena campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2016.
Un impianto accusatorio complesso, dunque, che però è apparso ben strutturato agli occhi di tutti i dodici giudici (sette uomini e cinque donne, la cui identità è rimasta protetta) che componevano la corte: la condanna è stata infatti confermata all’unanimità, dopo undici ore di camera di consiglio spalmate su due giornate di lavoro. La sentenza è stata pronunciata alle 16.30 ora locale dal giudice Juan Merchan, di fronte ad un Donald Trump apparso impassibile al momento della lettura.
Il tutto con un colpo di scena prima dell’annuncio: i giudici avevano infatti chiesto delle precisazioni, per iscritto, alle parti. In particolare, la necessità era di chiarire un momento-chiave, risalente al 2015, relativo all’alleanza tra Trump e David Pecher, proprietario del tabloid The National Inquirer, incaricato di reperire eventuali rivelazioni imbarazzanti per il miliardario statunitense, comprarne l’esclusiva e poi nasconderle. Secondo il vice-procuratore Joshua Steinglass, un fatto che potrebbe aver aiutato in modo determinante Trump, consentendogli di essere eletto.
Assieme all’acquisto, appunto, del silenzio di Stormy Daniels, alla quale l’avvocato di Trump, Michael Cohen, versò di tasca propria 130mila dollari a pochi giorni dalle presidenziali. Per quell’anticipo, verrà quindi rimborsato nel 2017, con un giro di denaro opaco che ha coinvolto la Trump Organization.
Il procuratore Alvin Bragg, che a curato l’intera istruttoria, ha parlato alla stampa in serata, ringraziando i giudici, i suoi collaboratori e insistendo sul fatto che “il nostro lavoro è stato quello di seguire i fatti e la legge, ogni giorno, senza paura e senza preconcetti”.
Per conoscere quale sarà la pena alla quale verrà condannato Trump occorrerà attendere l’11 luglio. Il giudice Merchan ha una serie di opzioni disponibili in questo senso. Ciascun capo d’accusa per il quale Trump è stato riconosciuto colpevole può comportare una pena massima di quattro anni di reclusione. Naturalmente è possibile che si opti per una sentenza meno pesante, e non è escluso che si applichino delle cauzioni: a favore dell’ex presidente giocheranno il fatto che non si tratta di fatti violenti e il suo essere finora incensurato.
Ciò che è certo è che sentenza di condanna non impedirà a Trump di proseguire la sua corsa per la Casa Bianca. L’essere stato giudicato colpevole, infatti non gli impedisce di continuare ad essere candidato alle elezioni presidenziali. Senza dimenticare il fatto che è estremamente probabile che possa decidere di presentare ricorso contro la sentenza, sperando in un rovesciamento del giudizio.
Occorrerà però verificare quale sarà l’impatto dal punto di vista elettorale del verdetto pronunciato dalla corte di Manhattan. È probabile infatti che gli elettori più moderati tra i repubblicani possono voltargli le spalle. Di contro, però, non è escluso un “effetto-fortino”, che comporterebbe un serrare i ranghi tra i sostenitori di Trump, soprattutto nel caso in cui la propaganda che vede il miliardario vittima di un complotto facesse presa nell’elettorato.
Immediatamente dopo la sentenza, lo stesso ex presidente ha immediatamente parlato di una “vergogna” di un “processo truccato” e di un “giudice corrotto”. E ha evocato anche dei “terroristi” e delle “persone uscite dall’asilo”, ribadendo la propria innocenza. Soprattutto, Trump ha lasciato capire che la sua strategia punterà a trasformare la prossima tornata elettorale in un referendum pro o contro di lui. “Il vero verdetto sarà reso dal popolo il 5 novembre”, ha affermato.
In molti si chiedono che cosa farà però ora il Partito repubblicano: schierandosi in maniera acritica a favore di Trump, rischia di porsi in contrasto diretto con lo stato di diritto e con la giustizia statunitense. Lo speaker della camera dei rappresentanti Mike Johnson, ieri ha provato a dettare la linea, parlando di “giornata vergognosa per la storia americana”, di “esercizio puramente politico” e di “strumentalizzazione del sistema giudiziario”.
Si tratterà della strategia che seguirà compatto il partito? Difficile dirlo. La certezza è che nei prossimi mesi negli Stati Uniti il dibattito sarà fagocitato dalle vicende giudiziarie di Trump, e l’esito non è scontato né per lui né per il suo avversario Joe Biden.
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