Donato Iacovone, Bip. Andiamo verso un’accelerazione della transizione ecologica delle imprese

Quali strumenti possono aiutare le imprese, grandi e piccole, nella transizione ecologica? Ne parliamo con Donato Iacovone, presidente di Bip.

Il primo mandato di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea ha improntato lo sviluppo dell’Unione sulla transizione ecologica. Una priorità ribadita anche dal corposo rapporto sulla competitività europea redatto da Mario Draghi. Ma questo proposito si dovrà scontrare – anzi, si sta scontrando – con tanti ostacoli, di tipo economico, tecnologico e anche politico. Ne abbiamo avuto una prova anche all’ultima Conferenza delle parti sul clima, la Cop29 di Baku: un negoziato estenuante, andato a buon fine solo al prezzo di pesanti compromessi.

Cosa significa tutto questo per il nostro sistema economico e produttivo? Ha già imboccato la strada della transizione sostenibile o c’è il rischio che torni indietro? Ne parliamo con Donato Iacovone, presidente esecutivo di Bip, una multinazionale di consulenza che è nata in Italia nel 2003 e oggi conta 6mila professionisti in 13 paesi. Circa cinquecento i progetti condotti nell’ultimo triennio dagli esperti del Centro di eccellenza sostenibilità.

 

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Dalla transizione ecologica non si torna indietro

“A livello internazionale, c’è chi pensa che la transizione ecologica sia un tema di marketing e non di sostanza. C’è chi affida tutto alle tecnologie. E c’è chi – mi riferisco in particolare ai paesi asiatici – chiede di avere più tempo a disposizione per poter portare la propria popolazione a uno status di benessere di cui le economie avanzate hanno già goduto”, esordisce Iacovone. “Un capitolo a parte merita l’Europa: si è impegnata per la transizione ecologica, ma in un contesto sociale e politico ben diverso da quello attuale. Basti pensare alle difficoltà che stanno vivendo Francia e Germania che, tradizionalmente, sono considerati i due motori”.

“Alla luce di tutto questo, viene da pensare che sia più probabile uno stop”, continua Donato Iacovone. Ma ci sono altri aspetti da tenere in considerazione. “Innanzitutto, sta crescendo l’attenzione dei consumatori rispetto alle aziende che si impegnano in termini di sostenibilità. Questa spinta arriva soprattutto dalle nuove generazioni, come dimostrano tutti i sondaggi”. La terza variabile è finanziaria, con le emissioni di green bond – le obbligazioni funzionali a finanziare progetti dall’impatto ambientale positivo – che nel 2023 hanno toccato a livello globale i 587 miliardi di dollari.

“Mettendo insieme questi tre elementi, c’è motivo per essere positivi”, continua Donato Iacovone. “Finora la transizione sostenibile non ha viaggiato a una velocità sufficiente ma, con il crescere dell’attenzione dei consumatori, andiamo verso un’accelerazione del fenomeno”. E poco importa, spiega, che ci siano paesi – come la Cina – con legislazioni ambientali meno stringenti: se si rivolgono al mercato europeo, gioco forza dovranno adeguarsi.

Di quali tecnologie, competenze e strumenti hanno bisogno le imprese

Quando si parla genericamente di transizione ecologica delle imprese, si rischia di perdere di vista il fatto che queste ultime sono profondamente diverse le une dalle altre. Innanzitutto per dimensioni: un tema centrale in Italia, dove le grandi imprese, che tipicamente dispongono di più risorse e competenze, sono appena lo 0,09 per cento del totale.

“Bip offre un supporto concreto alle aziende nel loro processo di transizione ecologica mettendo a disposizione piattaforme digitali dedicate”, spiega Iacovone. Un esempio è MyVerco, una piattaforma innovativa sviluppata interamente da Bip, progettata per raccogliere, analizzare e monitorare un’ampia gamma di parametri legati alla sostenibilità aziendale, come consumi energetici ed emissioni di CO₂. Grazie ad algoritmi di calcolo dedicati, MyVerco genera scenari ottimizzati di decarbonizzazione, consentendo alle aziende di pianificare interventi mirati e strategici per ridurre il loro impatto ambientale. Un altro progetto a cui Bip ha scelto di aderire è OS-Climate, una piattaforma collaborativa open source che aggrega dati climatici, economici e finanziari provenienti da diverse fonti. Questo strumento consente di integrare nelle decisioni finanziarie considerazioni relative ai rischi e alle opportunità legati al clima, offrendo una visione più completa e sostenibile.

Oltre alle dimensioni, anche il modello di business incide molto sulle aspettative e dunque sulle strategie. “Un’azienda business to consumer deve far fronte alle richieste del proprio cliente finale che, come abbiamo visto, è sempre più orientato verso la sostenibilità”, sottolinea Iacovone. “Nel ramo b2b (business to business), le cose sono un po’ diverse. Occorre che il brand al vertice della filiera faccia da traino, imponendo certi requisiti di sostenibilità e avviando un programma che sostiene la filiera. Per i piccoli fornitori entra in gioco anche un tema economico, perché spesso hanno margini bassi e dunque faticano a investire nel miglioramento delle proprie performance di sostenibilità. Se però questa diventa la condizione per mantenere un grande cliente, allora le cose cambiano”.

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