
La mancanza di dati ufficiali è un problema per il controllo del mercato legale di animali, soprattutto per le catture di quelli selvatici.
Lo rivela uno studio pubblicato su Marine Policy che chiede l’arresto del mercato prima che sia troppo tardi.
Forse è l’atavica paura di essere sbranati che ci impedisce di provare un autentico dispiacere per il declino degli squali. Eppure ce ne sarebbe ragione, queste antiche creature sono infatti vittime di un vero e proprio sterminio, sono più di cento milioni gli squali ammazzati ogni anno. Se questa tendenza non si invertirà molte specie di squalo saranno condannate all’estinzione.
La causa principale che minaccia la sopravvivenza degli squali è la pratica chiamata shark finning che consiste nel tagliare la pinna dorsale degli squali che viene usata per scopi alimentari. Questa tecnica, in voga soprattutto in Asia, implica oltretutto un’enorme sofferenza per gli animali: allo squalo viene recisa la pinna appena pescato, dunque vivo e cosciente, dopodiché, poiché il resto della carne non ha valore, l’animale viene gettato in mare agonizzante, destinato ad una morte lenta e dolorosa. Tutto questo per un piatto di zuppa, pietanza rinomata un tempo elitaria e ormai, in seguito al boom economico, sempre più diffusa tra il ceto medio. Il consumo di zuppa di pinne di squalo, diffuso principalmente in Cina e Vietnam, contribuisce direttamente all’uccisione di quasi la metà degli squali.
Lo shark finning ha ormai raggiunto livelli insostenibili e potrebbe causare la scomparsa locale o addirittura globale di molte specie minacciate. È quanto emerso dallo studio “Out of control means off the menu: The case for ceasing consumption of luxury products from highly vulnerable species when international trade cannot be adequately controlled; shark fin as a case study”, pubblicato sulla rivista Marine Policy. Gli autori dello studio evidenziano la necessità di controllare il mercato delle pinne di squalo stabilendo e, soprattutto, facendo rispettare le normative.
Solo una piccola parte di questo commercio potrebbe essere gestita in modo sostenibile, avverte lo studio. Gran parte del commercio internazionale è incontrollata o attualmente incontrollabile, alimentando così bracconaggio e contrabbando e attirando le organizzazioni criminali. I ricercatori hanno esaminato le pinne di squalo in vendita a Hong Kong constatando che un terzo delle pinne apparteneva a specie classificate minacciate dalla Lista rossa della Iucn.
Gli autori dello studio propongono di eliminare le pinne di squalo dai menù prima di provocare irreparabili collassi tra le popolazioni di squali. Almeno fintanto che il mercato non venga regolamentato con efficienza. Anche il mercato legale di parti di fauna selvatica racchiude però delle minacce secondo i ricercatori, potrebbe infatti minare gli sforzi di applicazione delle leggi e aiutare i bracconieri a riciclare i loro prodotti. Questi crimini sono inoltre particolarmente difficili da debellare, innanzitutto perché a molti governi mancano le risorse o il desiderio di affrontare il commercio illegale di animali selvatici, e in secondo luogo perché lo shark finning avviene in alto mare, dove la vigilanza delle forze dell’ordine è più complessa.
La perdita degli squali, oltre a privarci di una delle creazioni più perfette di madre natura, creerebbe un pericoloso squilibrio degli ecosistemi, molte specie di squalo sono infatti predatori apicali, al vertice delle rispettive catene alimentari, la scomparsa di questi predatori eliminerebbe il controllo naturale delle prede. “Eliminando un grande predatore si causa un’esplosione demografica di altre specie”, ha affermato Mark Meekan, biologo marino dell’Istituto australiano di Scienze marine. I danni inferti alla popolazione di squali sono accentuati dal loro bassissimo tasso riproduttivo, il che rende ancora più difficile invertire il declino. “Gli squali non hanno la biologia per sostenere alti livelli di pesca – ha spiegato Meekan – crescono lentamente e impiegano molto tempo per maturare”.
Lo sterminio degli squali, oltre che sulle cascate trofiche oceaniche, avrà gravi conseguenze anche sull’industria del turismo. Migliaia di persone viaggiano infatti per il mondo per poter ammirare questi animali, secondo Rachel Graham, fondatrice della ong conservazionista MarAlliance, nel 2013 quasi 600mila persone sono andate alla ricerca di squali, generando oltre 314 milioni di dollari di entrate. “Secondo le stime questi dati dovrebbero raddoppiare nei prossimi due decenni – ha detto Graham – ma potranno raddoppiare solo se le persone avranno qualcosa da vedere”. I governi dei paesi che traggono sostentamento dal turismo generato dagli squali (in Australia si stima che il settore generi entrate per 25,5 milioni di dollari all’anno) dovrebbero pertanto investire nella conservazione di questi animali.
Per cercare di evitare la scomparsa degli squali oltre venti nazioni, tra cui gli Stati Uniti, hanno posto divieti o restrizioni allo shark finning. Inoltre il consumo di pinne di squalo in Cina, impennatosi tra il 1985 e i primi anni 2000, sarebbe secondo WildAID diminuito dal 50 al 70 percento dal 2011, mentre le importazioni di pinne di squalo sono diminuite dell’81 per cento dal 2011 al 2014. Una delle principali catene di ristoranti di Hong Kong, Maxim, ha recentemente annunciato che non servirà più pietanze con pinna di squalo a partire dal gennaio 2020. Il trend sembrerebbe dunque essere positivo, eppure gli squali continuano ad essere uccisi ad un ritmo superiore a quello cui crescono le popolazioni e la pesca, diretta e indiretta, minaccia quasi il 60 per cento delle specie di squali. Il futuro sembra quindi essere incerto per questi affascinanti esseri viventi che hanno attraversato le ere geologiche solo per finire in un piatto di zuppa, perché fa tendenza.
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