Acque sempre più calde in cui proliferano specie aliene invasive capaci di distruggere gli ecosistemi marini nativi. Un crollo verticale delle popolazioni di vertebrati e il rischio di estinzione che incombe su centinaia di specie animali e vegetali. In occasione della Giornata mondiale degli oceani, due nuovi studi – ad opera rispettivamente dell’organizzazione ambientalista Wwfe dell’istituto di ricerca Tour du Valat – fanno un ritratto del mar Mediterraneo e di tutto il suo bacino. Ed è un ritratto cupo, preoccupante, che ci esorta a passare immediatamente all’azione.
Un mar Mediterraneo ormai tropicalizzato
Nel loro insieme, gli oceani sono più esposti ai cambiamenti climatici rispetto agli ecosistemi terrestri; sono stati infatti interessati dal 90 per cento del riscaldamento globale avvenuto tra il 1971 e il 2010. Il mar Mediterraneo è ancora più fragile, visto che l’aumento della sua temperatura è del 20 per cento più veloce rispetto alla media. L’area orientale, soprattutto al largo di Israele, si sta già tropicalizzando. Il Wwf descrive questo fenomeno come “un disastro in atto”.
Le specie aliene invasive provenienti dal mar Rosso e dall’Oceano indiano ormai riescono a stabilirsi – o addirittura a prosperare – in aree che fino a pochi decenni fa sarebbero state troppo fredde. Specie come i pesci coniglio (Siganus rivulatus e S. luridus) che, nuotando in ampi banchi, devastano le foreste algali. Dove si sono stabiliti questi pesci è stato osservato un calo del 40 per cento nel numero di specie native. Il più dannoso in assoluto però è il pesce scorpione (Pterois miles), dotato di potenti spine velenose e capace di espandere il volume dello stomaco fino a 30 volte per fare spazio alle prede. Queste ultime sono costituite per il 95 per cento da pesci nativi di importanza ecologica ed economica.
Se fino a qualche anno fa i cosiddetti bloom di meduse nel mar Mediterraneo (cioè i momenti di aumento improvviso e incontrollato) erano un’eventualità molto rara, ora sono diventati la norma. Anch’essi sono dovuti all’aumento delle temperature, che va di pari passo con lo sfruttamento di specie ittiche che competono con le meduse stesse per il cibo. Anche l’uso eccessivo di fertilizzanti in agricoltura ha un peso, perché fa moltiplicare determinate tipologie di alghe marine creando “zone morte” in cui solo le meduse riescono a proliferare. In Tunisia alcuni pescatori ormai lamentano di riuscire a catturare solo meduse che, per giunta, danneggiano le reti e le attrezzature.
Gli ancoraggi nelle zone di navigazione da diporto strappano via intere piante di Posidonia oceanica che, inoltre, patisce il crescente inquinamento. Una volta indebolite, le praterie sottomarine vengono colonizzate da nuove specie di alghe acquatiche invasive, più adatte al clima caldo. Come sottolinea il Wwf, però, la Posidonia oceanica ossigena le acque ed è l’habitat del 20 per cento delle specie marine del mar Mediterraneo.
Il bacino del Mediterraneo sta perdendo la sua biodiversità
Il Living Mediterranean report, invece, ripercorre lo stato della biodiversità dal 1993 in poi, non solo nel mare ma in tutto il bacino del Mediterraneo. Si tratta di uno dei 36 hotspot di biodiversità individuati a livello globale, e del secondo per dimensioni con un’estensione complessiva di 2 milioni di chilometri quadrati. Il team di scienziati coordinato da Tour du Valat ha passato in rassegna i dati su oltre 80mila popolazioni di 775 specie di vertebrati (pesci, mammiferi, rettili e anfibi), scelti perché sono più facili da monitorare con precisione rispetto alle piante e agli invertebrati.
Questo ampio studio giunge a conclusioni allarmanti. Tra il 1993 e il 2016 l’abbondanza di popolazioni di vertebrati nel bacino del Mediterraneo è scesa del 20 per cento, arrivando a un crollo del 52 per cento negli ecosistemi marini pelagici e costieri e del 28 per cento negli ecosistemi di acqua dolce (zone umide e fiumi). Sulle oltre 7mila specie vegetali e animali catalogate nella Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), il 20 per cento è a rischio di estinzione soprattutto negli ecosistemi terrestri e di acqua dolce. Le cause, sottolineano gli studiosi, sono “ben note”: pesca eccessiva, dighe sui fiumi, sfruttamento delle risorse idriche, coltivazioni intensive che soppiantano territori iconici.
In un nuovo decreto previsti limiti più stringenti per queste molecole chimiche eterne, ma ancora superiori a quelle indicate dalle agenzie ambientali.
Si tratta del primo archivio per misurare la tropicalizzazione del Mediterraneo, considerato un importante hotspot di biodiversità e cambiamenti climatici.
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