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L’attore, malato da tempo di Alzheimer, è morto a 83 anni. Immortali rimarranno invece le sue interpretazioni come l’indimenticabile scienziato pazzo di “Frankenstein Junior”.
Gene Wilder era un’icona, simbolo di un cinema che sapeva galleggiare tra farsa e tragedia (al pari di Peter Sellers), divertendo e inquietando lo spettatore, con il suo sguardo stralunato e i suoi capelli arruffati. Grazie al sodalizio con il regista Mel Brooks, Wilder è diventato uno degli attori più amati degli anni Settanta e ha dato vita a personaggi irresistibilmente divertenti, come lo scienziato pazzo di “Frankenstein Junior” (di Mel Brooks, 1974), il rispettabile medico che si innamora perdutamente di una pecora armena in “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere)” (di Woody Allen, 1972) o l’istrionico Willy Wonka di “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” (di Mel Stuart 1971).
L’attore statunitense è morto, all’età di ottantatré anni, nella sua casa di Stamford, nel Connecticut, a causa di complicazioni dovute al morbo di Alzheimer che da tempo lo tormentava.
“Gene Wilder era uno dei veri grandi talenti del nostro tempo – si legge in un tweet di cordoglio dell’amico regista Mel Brooks. – Ha benedetto tutti i film che abbiamo fatto con la sua magia e mi ha benedetto con la sua amicizia”. Wilder, attore, sceneggiatore, regista e scrittore (ha scritto insieme a Brooks la sceneggiatura di “Frankenstein Junior”, vincitrice di un Premio Oscar), ha iniziato la sua carriera recitando in piccoli teatri, la crescita professionale è arrivata quando è entrato a far parte dell’Actors Studio, la celebre Scuola d’arte drammatica di New York, fondata dal regista Elia Kazan, nella quale si sono formati attori del calibro di Marlon Brando, Paul Newman e Al Pacino. Nel 1967 ottiene il suo primo ruolo cinematografico, seppur marginale, in “Gangster Story” di Arthur Penn.
Il suo talento comico, ma non solo, appare evidente in “Per favore non toccate le vecchiette”, primo film diretto da Mel Brooks, nel 1968. Il sodalizio tra i due è vincente e lavorano insieme in “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” (1974) e nel sopracitato “Frankenstein Junior”. Proprio quest’ultimo film, fortemente parodico ma tratti dai orrorifici, è considerato da molti il vero capolavoro della coppia, ricco di invenzioni sceniche e verbali divenute veri cult, come la gobba mobile di Igor, la frase “lupo ululà, castello ululì”, oppure la sequenza nella quale il dottor Frankenstein e Igor dissotterrano una bara, il primo dice “Che lavoro schifoso!”, “Potrebbe esser peggio”, ribatte Igor, “E come?”, “Potrebbe piovere!”, e immediatamente inizia a diluviare. Grande successo di pubblico hanno riscosso anche “La signora in rosso”, diretto dallo stesso Wilder nel 1984 e “Non guardarmi… non ti sento” (di Arthur Hiller, 1989).
Negli anni Ottanta la sua carriera ha subito un rallentamento e dal 1991 in poi non ha più recitato, all’infuori di qualche cameo televisivo. L’ultimo film in cui è apparso è “Non dirmelo… non ci credo” (di Maurice Phillips, 1991). Sembra che Wilder non abbia affatto apprezzato il remake de “La fabbrica di cioccolato”, girato da Tim Burton nel 2005, con protagonista Johnny Depp. “È stata una questione di denaro – ha commentato al Telegraph nel 2005. – Alcune persone si sono sedute a un tavolo a pensare: come possiamo fare ancora un po’ di soldi? Potremmo fare il remake di Willy Wonka?”.
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