
Mai si erano verificati incendi così gravi in Corea del Sud. Bruciati oltre 35.800 ettari, mobilitato l’esercito. Migliaia di persone evacuate.
Boris Johnson è stato eletto alla testa del partito conservatore inglese. Oggi assume l’incarico di nuovo primo ministro, prendendo il posto di Theresa May.
Cinico, pragmatico, eccentrico. A modo suo carismatico. Cinquantacinque anni, convinto sostenitore della Brexit, ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra, Boris Johnson è il leader dei “falchi” del partito conservatore britannico. È stato eletto con più di 90mila voti (su 160mila) alla testa dei Tories. E oggi, mercoledì 24 luglio, otterrà le chiavi di Downing Street, diventando il nuovo primo ministro inglese, al posto di Theresa May.
Nel corso della campagna che l’ha portato al governo, Boris Johnson non ha lesinato provocazioni e suscitato numerose polemiche. Come sempre fatto, del resto, nel corso della sua carriera politica. Quando era ministro degli Affari esteri – tra il 2016 e il 2018 – ha, tra le altre cose, preso in giro la haka dei maori in Nuova Zelanda e affermato che l’ex candidata alla Casa Bianca Hillary Clinton assomigliava “ad un’infermiera sadica di un ospedale psichiatrico”.
Nato nel 1964 a New York, figlio di un eurodeputato britannico e di un’artista, Boris Johnson è stato per un breve periodo giornalista prima di lanciarsi in politica, alla fine degli anni Novanta. Nel 2001, ottiene il primo incarico: una circoscrizione nell’Oxfordshire. Dal 2008 al 2016 sarà sindaco di Londra: proprio l’esperienza di primo cittadino lo proietta sotto i riflettori.
La domanda fondamentale in prima pagina sul @guardian mentre comincia l’era di #BorisJohnson. pic.twitter.com/IxzHk9fZfY
— ROBERTO ZICHITTELLA (@ROBZIK) July 24, 2019
Successivamente, sostenendo ardentemente la Brexit – anche quella “dura”, senza accordo con l’Unione europea – riuscirà a guadagnarsi il consenso di una parte non indifferente dell’elettorato conservatore. Eppure, proprio Boris Johnson in passato aveva firmato un testo in difesa del mantenimento del Regno Unito in Europa. Nel quale si descriveva l’appartenenza all’Ue come una “manna” per la sua nazione e si avvertiva sullo “shock economico” che potrebbe provocarne l’uscita.
Il 21 febbraio 2016, tuttavia, il politico inglese decide di cambiare diametralmente posizione. Segnando così una rottura con l’allora primo ministro David Cameron. In seguito, nonostante la vittoria della Brexit al referendum, non riesciurà a “capitalizzare” immediatamente la leadership all’interno del partito. Sarà appunto Theresa May a prenderne le redini. Ma Boris Johnson continuerà a porsi come strenuo difensore della “scelta del popolo” di abbandonare Bruxelles.
Boris Johnson will officially become Britain’s prime minister with a mission to deliver Brexit by October 31 come what may, while fending off rebellious MPs https://t.co/I4QpUP82qq pic.twitter.com/jwSFRnzM09
— AFP news agency (@AFP) July 24, 2019
Tre anni più tardi è dunque arrivata la sua rivincita personale. Ora, però, per il falco inglese arriva il lavoro più difficile: riuscire a unire gli altri leader del proprio partito e rassicurare i tanti che, anche nel suo campo, sono decisamente scettici sul suo conto.
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