
L’auto connessa (in Italia ne circolano 18 milioni, il 45% del parco circolante) ha molti vantaggi in termini di sicurezza e innovazione. Ma a chi cediamo i dati personali e chi tutela la nostra privacy?
Primo dato. Nel 2016 nel mondo si sono vendute 800mila vetture elettriche. Secondo dato. In Italia, appena 2.560, ossia lo 0,1 per cento del mercato nazionale. A dirlo il recente E-Mobility Report redatto dal Politecnico di Milano. Come si evince dai numeri, è evidente che nel nostro Paese la mobilità elettrica incontra serie difficoltà. Quello che
Primo dato. Nel 2016 nel mondo si sono vendute 800mila vetture elettriche. Secondo dato. In Italia, appena 2.560, ossia lo 0,1 per cento del mercato nazionale. A dirlo il recente E-Mobility Report redatto dal Politecnico di Milano. Come si evince dai numeri, è evidente che nel nostro Paese la mobilità elettrica incontra serie difficoltà. Quello che manca lo abbiamo visto recentemente in un’intervista a Bruno Mattucci, ad di Nissan Italia che ha tracciato una roadmap ideale di ciò che costruttori e Governo potrebbero fare insieme per sostenere l’elettrificazione della mobilità. Qualcosa si è già mosso e recentemente sono state introdotte nuove norme al Codice della strada che almeno tutelano la sosta selvaggia sui parcheggi dedicati alla ricarica delle auto elettriche.
Ma i numeri rimangono lì, a stigmatizzare una mobilità che in Italia, uno dei paesi col parco circolante più vecchio d’Europa (con tutte le conseguenze in termini di emissioni, consumi e sicurezza), è ben lontana dalle performance di Francia, Germania e Inghilterra, senza scomodare i virtuosismi dei paesi nordici.
“Il nostro Paese finora non ha saputo attrarre finanziamenti privati accanto a quelli pubblici per sviluppare le infrastrutture di ricarica e manca una visione di sistema”; il professor Vittorio Chiesa, direttore dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, ha riassunto bene, a margine del recente E-Mobility Report, l’annosa questione. A cui va aggiunta l’altra questione centrale, ossia quella dei pochi incentivi all’acquisto.
Ma torniamo per un attimo ai numeri emersi dal Report, perché fanno pensare. Nel 2016 sono state vendute nel mondo circa 800 mila auto elettriche (+40 per cento rispetto al 2015) con una prevalenza sempre più significativa dei veicoli ‘full electric’, il 63 cento del totale. In Italia, il numero cala a 2.560 auto, per un valore di 75 milioni di euro, cioè lo 0,1 cento dell’intero mercato dell’auto. Stiamo parlando di “crescita zero”, anzi di una lieve controtendenza rispetto al 2015. Insomma, il primo rapporto italiano sul settore parla chiaro: analizzando i dati certi e i trend di crescita della mobilità elettrica nel mondo, l’Italia corre il rischio concreto di sembrare il terzo mondo della mobilità. Altro che guida autonoma…
Secondo quanto emerso dall’E-Mobility Report, da gennaio a settembre 2016 le auto elettriche effettivamente vendute nel mondo sono state circa 518 mila, fra modelli full electric e ibridi plug-in, come dire il 53 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2015. La Cina è il più grande mercato mondiale, con 225 mila auto elettriche vendute nei primi 3 trimestri 2016 e un’impressionante crescita del 118 per cento rispetto allo stesso periodo 2015. Anche per gli Stati Uniti (109 mila unità vendute, + 33 cento rispetto al 2015) e per l’Europa (151 mila unità, + 23 cento) i dati sono piuttosto incoraggianti.
Se si osserva la vendita di elettriche nel Vecchio continente, quasi una su quattro è olandese. Segue la Norvegia, che rappresenta da sola circa il 18 per cento del mercato. Francia, Regno Unito e Germania fanno, rispettivamente, il 12, il 14 e il 12 cento. E in Italia? La mobilità alternativa nel nostro Paese vale solo l’1 cento del mercato europeo.
I modelli che si contendono il mercato mondiale sono circa cinquanta, appartenenti a quindici marchi automobilistici. Nissan Leaf è saldamente sul podio delle macchine elettriche più vendute nel mondo, seguita dalla Tesla Model S che, nonostante il prezzo, ha una quota di mercato del 7 cento, piazzandosi al secondo posto. Case automobilistiche cinesi come la BYD Auto (sconosciuta da noi ma con una strategica alleanza con Daimler AG proprio per la produzione di auto elettriche), coprono quasi il 10 cento del mercato globale. E se ad oggi in Europa sono circa venti i modelli elettrici disponibili, entro dicembre 2020, con l’arrivo di player come Honda, Opel e Porsche l’offerta arriverà quasi a triplicarsi.
Se è vero quindi, come mostrano bene i dati raccolti dal Report del Politecnico di Milano, che l’incremento del numero di modelli di auto elettrica è un trend assodato, i costruttori affrontano il tema con strategie molto diverse. Scelgono la “focalizzazione” Hyundai, Kia, Mitsubishi, Ford e Renault che preferiscono concentrare gli sforzi su un solo segmento (in genere quello delle berline compatte a due o tre volumi) creando varianti elettriche della maggior parte dei nuovi modelli in arrivo. Del partito della “diversificazione” fanno invece parte Mercedes, Citroen, Nissan, Tesla, Peugeot ed Audi, che invece proporranno meno modelli ma saranno presenti in tutti i segmenti, dalle city car alle suv fino alle berline di lusso.
Lo abbiamo detto molte volte: una delle ragioni che può spiegare lo scarso successo delle vendite di auto elettriche in Italia è certamente la mancanza di meccanismi di incentivazione. E la prova arriva da un’analisi comparativa condotta tra dieci Paesi (Italia, Cina, Giappone, USA, Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia, UK) che ha misurato proprio gli incentivi diretti all’acquisto, ossia tutte quelle azioni (riduzione del prezzo del veicolo o dei costi diretti all’uso e alla circolazione) che prevedono per l’utente di elettriche e ibride dei bonus incentivanti. Si va dai 20mila euro della Norvegia ai 9.500 dei Paesi Bassi, mentre Cina e Stati Uniti prevedono incentivi rispettivamente di 8.500 e 9mila euro per le elettriche, che scendono a 5mila per le ibride. E l’Italia? Il nostro Paese con un controvalore fra i 2 e i 3 mila euro è il fanalino di coda d’Europa.
Dall’E-Mobility Report emerge chiara anche la situazione frammentata delle infrastrutture. Sono 1,45 milioni i punti di ricarica censiti nel mondo a fine 2016, in forte crescita annua (+81 cento). Un dato che, se paragonato al 2010, risulta cresciuto di 73 volte. Ma guardate questi dati: mentre le colonnine pubbliche rappresentano oggi circa il 13 cento del totale (190 mila unità), sono quelle private a trainare il settore, con una crescita di oltre 600mila punti di ricarica nel corso del 2016dello scorso anno. Sul fronte privato sono USA, Cina e Giappone a primeggiare, mentre sul fronte pubblico la Cina è leader indiscussa. Anche in Europa il privato stravince rispetto al pubblico: su 70mila punti di ricarica pubblici installati ce ne sono 400mila privati. Lo studio ha messo in relazione il numero di punti di ricarica e il numero di veicoli circolanti nello stesso periodo e il rapporto medio che ne esce è di a circa 0,86 veicoli per singola colonnina. A tendere questo rapporto si dovrebbe attestare attorno a un veicolo per punto di ricarica, valore a cui oggi sono già molto vicini paesi come la Cina (1,05 veicolo/punto di ricarica) e la Svezia (0,99).
L’Italia, con un indice di 0,66 veicoli elettrici/punti di ricarica, conferma ancora una volta di essere particolarmente indietro. Nel nostro Paese, infatti, si possono stimare circa 9mila punti di ricarica, di cui circa 7.500 privati (circa l’80 per cento) e 1.750 pubblici (20 cento).
E’ il cosiddetto PNIRE (Piano Nazionale Infrastrutturale per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica), redatto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), a governare lo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica nel nostro Paese. L’obiettivo al 2020 è l’installazione di 4.500-13.000 punti di ricarica (con un potenza pari o inferiore a 22 kW) e di 2mila-6mila “high power” (superiore a 22 kW), la copertura finanziaria al momento è di 33,5 milioni di euro: il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti partecipa al cofinanziamento dei progetti presentati dalle Regioni e dagli enti locali, fino a un massimo del 50 per cento delle spese sostenute per l’acquisto e per l’installazione degli impianti.
Ad installare colonnine di ricarica prima era la sola pubblica amministrazione. Oggi, ai comuni, si sono aggiunti grande distribuzione, centri commerciali e strutture ricettive. E i progetti del 2017 mostrano ulteriori novità, come la comparsa di gestori di carburante tra i soggetti interessati alla infrastrutturazione elettrica: un segnale, debole ma importante, prova che ci si aspetta una crescita del mercato.
“Innanzitutto, la ridotta capacità, almeno sino ad ora, di attrarre finanziamenti privati accanto a quelli pubblici per sviluppare le infrastrutture di ricarica”, ha chiarito Vittorio Chiesa, direttore dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano. “Si è passati da una fase iniziale in cui addirittura il 95 per cento dei finanziamenti erano pubblici all’ultima rilevazione che vede tale quota scendere ‘solo’ al 72 per cento. Nel nostro Paese manca una visione ‘di sistema’ e l’interoperabilità tra le infrastrutture di ricarica fra i vari operatori”. Basterebbe seguire esempi virtuosi come la piattaforma tedesca Hubject, che conta 240 partner in 17 paesi differenti, connettendo circa 40mila punti di ricarica in tre continenti (Europa, Asia e Oceania).
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