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Grazie all’implementazione dell’intelligenza artificiale nel settore moda potremmo ridurre drasticamente la sovrapproduzione. Come sempre, però, vanno contenuti gli altri risvolti ambientali.
Campagna Abiti Puliti organizza Sfashion Weekend per ripensare il sistema moda a livello globale. Sul palco anche LifeGate, per raccontare la storia delle lavoratrici La Perla in cassa integrazione.
“Come vestirsi in un pianeta in crisi? È la domanda che apre lo Sfashion Weekend, il festival sulla transizione giusta nella moda, in programma dal 21 al 23 febbraio 2025 al centro culturale mosso di Milano. Un interrogativo pressante, che sfida non solo consumatori e consumatrici ma tutto il sistema moda a ripensare il proprio operato in un contesto globale di crisi climatica e sociale”, cosi descrive questo atteso evento Deborah Lucchetti, coordinatrice di Campagna Abiti Puliti, sezione italiana del network internazionale Clean Clothes Campaign, che dal 1989 lotta per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del sistema moda globale.
Il festival è gratuito e pensato per chiunque voglia capire meglio il reale impatto della moda: cittadini, esperti del settore, imprese, istituzioni e giovani. Con talk, performance, una mostra e laboratori, lo Sfashion Weekend a Milano punta a coinvolgere il pubblico non solo a livello intellettuale, ma anche emotivo e corporeo, per rendere tangibili le storie e le conseguenze delle dinamiche di sfruttamento.
LifeGate sarà sul palco sabato 22 febbraio alle ore 16.30 per moderare un incontro con le lavoratrici di La Perla, marchio simbolo del lusso Made in Italy nella lingerie e corsetteria, che attraversa una profonda crisi da quasi due anni a causa di una proprietà che ha portato l’azienda al collasso (sul palco anche David Cambioli, presidente Altraqualità).
Una tre giorni a ingresso libero che, oltre ai talk, propone esperienze multisensoriali “per favorire una comprensione più profonda delle tematiche affrontate. Attraverso il movimento, il linguaggio artistico e l’interazione diretta, le performance rendono tangibili le realtà spesso astratte e complesse legate allo sfruttamento nella filiera tessile e alle disuguaglianze nel sistema moda”, continua Lucchetti.
Ad esempio, l’artista e pedagogista tedesca Vivien Tauchmann, per la prima volta a Milano, propone la performance partecipativa “Noi come l’altrə: apprendere dai gesti (Self-As-Other-Training: Textiles)” durante la quale ricrea le attività quotidiane di milioni di lavoratrici del tessile, mettendo il corpo al centro della riflessione sulle dinamiche di oppressione. Allo stesso modo, “Giralamoda”, spettacolo prodotto dall’associazione Trama Plaza, utilizza una combinazione di teatro, danza e cartomanzia per sensibilizzare sul valore di una produzione etica e circolare, stimolando una nuova consapevolezza critica.
Nel primo talk di apertura (venerdì 21/2 ore 19) sarà presente il procuratore Paolo Storari per affrontare il tema della giustizia nelle catene globali del valore. Perché da qualche tempo il focus sull’Italia è sempre più importante? “Il nostro Paese conserva un settore manifatturiero significativo, con un alto numero di imprese e addetti, e gioca un ruolo chiave nel sistema moda internazionale, in particolare nel settore del lusso. Tuttavia, dietro il celebre Made in Italy si nascondono profonde sacche di sfruttamento dei lavoratori, violazioni delle leggi ed evasione contributiva”, spiega Lucchetti. “I recenti casi di brand del lusso posti sotto amministrazione controllata dal Tribunale di Milano per sfruttamento di manodopera irregolare e clandestina all’interno delle loro filiere sono la dimostrazione plastica di questo sistema”.
Proprio per esplorare il sistema moda da un altro punto di vista e ribaltare la narrazione mainstream, verrà allestita la mostra “Handmade: le lavoratrici della moda”, prodotta dalla ong olandese Schone Kleren Campagne (membro della rete internazionale Clean Clothes Campaign) che offre al visitatore l’opportunità di scoprire le storie drammatiche delle persone che si nascondono dietro ai vestiti che indossiamo ogni giorno. Anche perché, ricorda Lucchetti: “Lo stesso Made in Italy spesso cela produzioni realizzate all’estero, con l’obiettivo di contenere al massimo i costi. Questo si traduce in un ricorso a economie più deboli e a lavoratrici sottopagate, alimentando una competizione al ribasso senza fine”.
Fino a pochi anni fa La Perla, marchio fondato nel 1954 dalla sarta bolognese Ada Masotti, era un nome simbolo della lingerie e beachwear di lusso, presente con 150 negozi in tutto il mondo, con un servizio “su misura” che creava pezzi da migliaia di euro. A tenere in piedi il tutto oltre 300 dipendenti in Italia, tra produzione, uffici e negozi, di cui la maggior parte donne, attive nella storica sede in via Mattei 10 a Bologna (e altre in uno stabilimento in Portogallo, oggi chiuso, oltre a tutto l’indotto).
Fino al 2008 l’azienda era gestita dagli eredi della Masotti, per poi passare attraverso vari fondi di investimento stranieri che hanno indebolito il marchio, di cui l’ultimo con sede a Londra, la Tennor Holding BV di Lars Windhorst, che ha portato La Perla sull’orlo della liquidazione e di recente ha raggiunto un accordo con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la vendita unica di tutti gli asset. Da dicembre 2023 centinaia di lavoratrici di La Perla lottano per il proprio posto di lavoro insieme ai sindacati. Tre di loro saranno sul palco insieme a LifeGate per raccontare la grande odissea che le ha portate fino a oggi: Stefania Prestopino, grafica per comunicazione e ecommerce, Elena Castano, modellista, e Patrizia Bondanelli, ufficio piazzamenti e consumi.
Sorelle di lotta, come amano definirsi, che hanno manifestato da Bologna a Roma ininterrottamente e anche oggi continuano in questa fase delicata di passaggio, come specifica Prestopino: “Fino alla fine chiediamo di avere accesso ad ammortizzatori sociali per arrivare al traghettamento della vendita e di non rimanere scoperte. Altrimenti tutti i nostri sacrifici, i mesi senza stipendio, la tenacia di credere in questo lavoro, saranno stati inutili e perderemo altre colleghe in questo percorso”.
Vincitrici del Premio Tina Anselmi 2024, le lavoratrici La Perla hanno trovato sostegno l’una nell’altra e oggi alcune di loro collaborano tramite l’associazione Unicheunite per ripagare le spese delle trasferte, ad esempio, (la produzione di La Perla al momento è ridotta al minimo, su turni), producendo T-shirt in vendita tramite il circuito Altraqualità e collaborando per portare a Bologna una mostra insieme alle fotografe Matilde Piazzi e Nadia Del Frate, con le quali è attivo un crowdfunding per la realizzazione della mostra.
Un esempio di resistenza e di unione tra lavoratrici che non hanno potuto dare per scontato i propri diritti e che continuano a chiedere un lavoro dignitoso, per tutte e tutti.
Tutte le informazioni sono sul sito di Campagna Abiti Puliti.
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