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Sono passati 26 anni dalla morte di Chris McCandless, il ragazzo che aveva abbandonato tutto per cercare un’esperienza di vita autentica nelle terre dell’Alaska. La sua vita è stata raccontata anche nel libro e film Into the wild.
Se Christopher McCandless avesse trovato il cesto di alluminio collegato ad una carrucola usato dagli idrologi per spostarsi da una riva all’altra del fiume Teklanika, sarebbe riuscito ad attraversare il fiume nonostante il suo violento flusso e oggi, probabilmente, sarebbe ancora vivo, starebbe festeggiando il suo cinquantesimo compleanno e noi non scriveremmo di lui. Ma Chris, che non aveva con sé alcuna mappa, non lo ha trovato ed è rimasto a morire di stenti nelle terre selvagge dell’Alaska.
C’è chi ritiene Chris un mito, simbolo estremo di libertà e autodeterminazione, altri pensano che fosse solo un incosciente, che ha pagato con la vita la propria leggerezza. Probabilmente non era né l’uno né l’altro, era solo un ragazzo disgustato dalla società consumista e materialista in cui era immerso e che desiderava provare l’esperienza di vivere completamente immerso nella natura, sperimentato un’esistenza più autentica e avventurosa. La storia di Chris, che è stata raccontata da Jon Krakauer nel libro Into the wild (in italiano, Nelle terre estreme) e da Sean Penn nell’omonimo film, è ancora oggi estremamente attuale perché attuali sono le cause della sua disillusione, molte persone sono infatti tutt’oggi ecologicamente insoddisfatte e vivono una vita artificiosa e priva di avventura.
Christopher Johnson McCandless era un ragazzo di buona famiglia cresciuto in un ricco sobborgo di Washington DC. Nell’estate del 1990, dopo essersi laureato con lode in storia e antropologia, decide di abbandonare tutto, famiglia, casa, soldi, persino il suo nome. Dà in beneficienza i 24mila dollari che aveva sul conto, abbandona l’auto con buona parte dei suoi beni personali e inizia quello che sembra essere un vero e proprio pellegrinaggio.
Chris era caratterizzato da un forte idealismo e già prima della sua partenza aveva iniziato a vivere in modo quasi ascetico, rinunciando a benessere e privilegi. Chris non era un ingenuo, ha sempre saputo che il viaggio che l’avrebbe condotto in Alaska sarebbe stato colmo di difficoltà e pericoli ma proprio le avversità erano necessarie per il suo viaggio iniziatico. Chris, che ormai si faceva chiamare Alexander Supertramp, non desiderava fuggire per sempre dalla civiltà, voleva piuttosto distaccarsene temporaneamente per poter rinascere, come in una sorta di rito di passaggio. “Intendeva inventarsi una vita nuova, una vita in cui fosse possibile immergersi nelle esperienze senza filtri di alcun genere”, scrive Krakauer. Il ragazzo non fuggiva solo da una società alienante, ma anche dai propri traumi familiari, detonati dalla scoperta della bigamia del padre.
Chris attraversa gli Stati Uniti ai margini della società, disobbedendo civilmente alle leggi dello stato e lavorando per sostentarsi e proseguire il suo viaggio che due anni dopo, il 28 aprile 1992, l’avrebbe portato all’imbocco dello Stampede trail, nel Denali national park, nel cuore della taiga dell’Alaska. Qui vivrà per oltre tre mesi in completa solitudine, nella wilderness, dormendo in un autobus abbandonato, da lui ribattezzato Magic Bus, e nutrendosi di piccoli animali, piante commestibili e bacche.
Il bus che ha offerto riparo a Chris è diventato negli ultimi anni, soprattutto grazie alla popolarità conferitagli dal film, un’ambita meta turistica. In molti, troppi casi, però, gli escursionisti partiti alla ricerca dell’autobus si sono rivelati impreparati all’impresa. In questi anni numerose persone hanno rischiato la vita, costringendo le autorità a costose e pericolose missioni di soccorso, e due persone sono morte. Per questo le autorità dell’Alaska hanno deciso di rimuoverlo.
An abandoned city bus, made famous by the book “Into the Wild” and the movie of the same name, was airlifted out of the Alaska backcountry.
The bus has long attracted adventurers to the area. Some have had to be rescued or have died. https://t.co/Sywx2tRlsA pic.twitter.com/KNhezFliuN
— ABC News (@ABC) June 19, 2020
Chris è morto probabilmente il 18 agosto 1992, a ventiquattro anni, centododici giorni dopo essersi avventurato nella foresta, il suo corpo è stato ritrovato solo diciannove giorni dopo. Sulle effettive cause della morte sono state fatte diverse ipotesi, quel che è certo è che il ragazzo è morto di stenti e denutrizione. Chris, come ha dichiarato all’ultima persona che lo ha visto vivo, aveva intenzione di “vivere nella natura per qualche mese”. Infatti dopo due mesi si è rimesso in marcia per tornare indietro ma una volta giunto al fiume Teklanika, che all’andata aveva guadato senza difficoltà, scopre che il corso d’acqua si è ingrossato oltremisura con lo scioglimento dei ghiacciai e attraversarlo è impossibile. Da lì, complice la scarsità di selvaggina e il suo declino fisico, inizia la sua fine.
Durante gli ultimi giorni di vita sul suo diario ha scritto un breve messaggio di addio che, nonostante tutto, esprime positività. “Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica!”. Anche dall’ultima foto che si è scattato, avvolto in una giacca ormai troppo grande per contenere i miseri trenta chili del suo corpo, mentre in mano regge il suo biglietto d’addio, non sembra esserci spazio per l’autocommiserazione o il rimpianto. Chris sorride sereno, “McCandless era in pace – scrive Krakauer – beato come un monaco che va dal Signore”. Non sappiamo se Chris abbia trovato ciò che cercava, se le esperienze vissute in quei mesi possano giustificare una morte così prematura, quel che è certo è che la sua storia ha toccato il cuore di molti e che non spetta a noi giudicarlo, se non altro non prima di aver lasciato tutto e di esserci messi in cammino.
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