
L’Europa ragiona su un piano da 800 miliardi e intanto vota per una maggiore sicurezza: inevitabilmente quei fondi verranno sottratti alle vere emergenze.
La scelta di Trump di uscire dall’Oms e di smantellare Usaid ha già messo in crisi decine di progetti umanitari e di sviluppo nel mondo.
Tra le principali battaglie intraprese da Donald Trump da quando si è reinsediato alla presidenza degli Stati Uniti ci sono quelle contro la cooperazione allo sviluppo e l’assistenza umanitaria. Con un primo ordine esecutivo il presidente statunitense ha avviato le pratiche per ritirare il paese dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dove gli Stati Uniti sono il principale finanziatore e sostengono programmi fondamentali in tema di tutela della salute e assistenza sanitaria nel mondo. Poi la crociata di Trump si è rivolta contro l’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (Usaid), tra le principali realtà globali a fornire assistenza umanitaria e per lo sviluppo, con il congelamento dei suoi fondi e il congedo forzato dei suoi dipendenti.
Le decisioni di Trump su Oms e Usaid rischiano di lasciare senza risorse migliaia di programmi importanti e di successo, con conseguenze drammatiche dal punto di vista umanitario e sanitario. E gli effetti degli ordini esecutivi già si stanno facendo sentire in diversi paesi del mondo. Chi potrebbe riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, a questo punto, è la Cina.
Uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca è stato il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Nata nel 1948, l’Oms è l’agenzia dell’Onu che si occupa della tutela della salute all’interno dei paesi membri, indirizzando la ricerca sanitaria, fissando norme e indirizzi di politica della salute, monitorando le tendenze in materia sanitaria, in particolare riguardo allo sviluppo delle epidemie, e offrendo assistenza umanitaria agli stati membri in caso di calamità.
Gli Stati Uniti sono il più grande finanziatore dell’Oms e il governo statunitense contribuisce per il 18 per cento al suo budget. Tra i programmi dell’agenzia delle Nazioni Unite che più dipendono dai contributi di Washington ci sono quelli contro lo poliomielite – recentemente ripartiti anche nella Striscia di Gaza dove la malattia è tornata a 20 anni dall’ultima volta per effetto dell’emergenza umanitaria causata da Israele -, le campagne di vaccinazione, i programmi contro malattie come la tubercolosi, l’Hiv, l’epatite e la malaria e diverse iniziative di sensibilizzazione sanitaria e risposta alle emergenze. Oltre a questo, gli Stati Uniti mettono a disposizione dell’agenzia uffici, database e ricercatori.
La decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’Oms, che era già stata presa durante il suo primo mandato ma che poi non era andata in porto a causa della sconfitta alle elezioni, richiederà un anno per concretizzarsi, secondo i dettami del Trattato di adesione. Nel motivare la sua scelta, Trump ha sottolineato che la partecipazione degli Stati Uniti all’Oms è troppo onerosa e ha accusato l’agenzia di malagestione della pandemia Covid-19 e di essere troppo assoggettata all’influenza cinese, appellandosi a teorie del complotto mai dimostrate.
Poche settimane dopo l’ordine esecutivo di ritiro dall’Oms e adducendo le medesime motivazioni relative al budget, il presidente Usa ha smantellato anche l’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (Usaid). Fondata nel 1961, è un ente federale che finanzia progetti di sviluppo e di assistenza umanitaria in tutto il mondo, un vero punto di riferimento nel campo della cooperazione internazionale e un partner fondamentale per governi e istituzioni.
Nell’ordine esecutivo di Trump, firmato a inizio febbraio e valido per 90 giorni, si stabilisce il congelamento dei fondi Usaid e il congedo forzato dei suoi dipendenti, che sono circa 10mila, a parte quelli che si trovano in posizioni cruciali, circa 300. Per migliaia di dipendendenti dell’ente che si trovano all’estero, questa misura si è tradotta nella fine della loro missione e nella necessità di fare ritorno negli Stati Uniti con le rispettive famiglie, lasciando senza alcun preavviso territori in profonda crisi umanitaria, come è in queste settimane quello della Repubblica democratica del Congo.
Sono tantissimi i progetti finanziati in questi decenni da Usaid. In Brasile, per esempio, l’ente finanzia la Partnership for the Conservation of Amazon Biodiversity, focalizzata sulla conservazione e sul miglioramento dei mezzi di sussistenza per le popolazioni indigene e altre comunità che vivono nella foresta amazzonica. In Perù l’agenzia è da anni impegnata a combattere il narcotraffico e in quest’ottica rientra il finanziamento di programmi su larga scala per trasformare le colture di cocaina in campi di caffè e cacao. Per quanto riguarda il continente africano, programmi fondamentali sostenuti da Usaid sono quelli che riguardano la lotta alla malnutrizione nel Sud Sudan martoriato dalla guerra civile, così come il sostegno alle cliniche che curano l’Hiv in Sudafrica, la nazione più colpita al mondo da questa infezione.
Nel continente europeo i programmi Usaid hanno assunto un’importanza molto rilevante soprattutto per quel che riguarda l’Ucraina. Qui i finanziamenti sono andati alla ricostruzione delle scuole colpite dai bombardamenti russi e alla predisposizione di nuovi rifugi per la popolazione. Anche il campo dell’informazione ha ricevuto un forte sostegno, come successo per alcuni giornali ucraini che combattono la propaganda russa e realtà editoriali dissidenti nel regime ungherese di Viktor Orbàn. Nel continente asiatico, tra gli altri, Usaid ha finanziato l’assistenza sanitaria nei campi profughi del Myanmar, così come programmi di sminamento in Cambogia e programmi di salute riproduttiva per le donne in Afghanistan.
Per quanto il ritiro degli Stati Uniti dall’Oms avverrà, a meno di sorprese e dietrofront, nel gennaio 2026, gli effetti operativi si stanno già facendo sentire. Come ha sottolineato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, l’agenzia sta già facendo fronte alle difficoltà derivanti dall’addio statunitense e se da una parte gli altri stati membri hanno incrementato i loro contributi, dall’altra la stessa agenzia ha messo in atto una serie di misure per ridurre i costi. Tra queste, una ridefinizione dei programmi prioritari su cui continuare a investire, il blocco a nuove assunzioni e la riduzione delle missioni sul campo.
“Sicuramente già oggi ci sono delle difficoltà legate alla carenza di personale. Come indicato nelle misure immediate condivise dal direttore generale c’è stato un congelamento delle assunzioni e quindi tutti hanno carichi di lavoro molto più intensi”, racconta a LifeGate Irene De Angelis, dell’Organizzazione mondiale della sanità – Regione Africana. “A livello di ufficio regionale, che nel mio caso è quello africano, stiamo cercando di proseguire dove possibile con le attività coprendole con fondi alternativi che si concentrano sulle stesse aree tematiche, tuttavia ci sono numerosi paesi che non riescono a essere assistiti. Oltre al supporto finanziario anche il supporto tecnico è diventato complesso, infatti le missioni nei paesi sono state drasticamente ridotte e qualsiasi richiesta di spostamento deve essere giustificata con argomentazioni solide per ottenere un’approvazione in via eccezionale”.
Sono 47 i paesi coperti dall’Oms in Africa e il supporto si sta facendo difficile tanto per le difficoltà dirette che sta attraversando l’agenzia a causa dell’ordine esecutivo di Trump, quanto per le difficoltà indirette dovute allo smantellamento di partner fondamentali come Usaid. “Il programma dove lavoro si concentra sulla salute sessuale e riproduttiva e i fondi Usaid erano destinati a tematiche cruciali come la pianificazione familiare, la salute materna e neonatale. Se si pensa che in alcuni paesi dell’Africa subsahariana una delle prime cause di mortalità materna è l’ emorragia postpartum si può ben capire come l’implementazione di queste attività aveva un’importanza fondamentale per le persone che ne beneficiavano”, continua De Angelis. “Ogni giorno riceviamo chiamate dagli uffici-paese che chiedono un supporto all’ufficio regionale, sia finanziario che tecnico, che al momento non sempre possiamo garantire”.
Se le difficoltà dell’Oms sono soprattutto in prospettiva, e ci si sta più che altro adeguando agli scenari che si prospettano, losmantellamento di Usaid sta avendo un impatto immediato e drammatico su decine di programmi di sviluppo e assistenza umanitaria in tutto il mondo. Nel campo profughi di Umpien, in Myanmar, tutti gli ospedali finanziati dall’agenzia federale statunitense per esempio sono stati già chiusi. L’organizzazione SavEd ha invece dovuto interrompere i suoi programmi di sostegno alla scolarizzazione dei bambini ucraini, ostacolati nel loro diritto allo studio dagli attacchi russi. Il magazine Ukraïner, che racconta in diverse lingue le atrocità russe sul campo di battaglia, a causa del taglio improvviso dei finanziamenti Usaid ha dovuto ridefinire il suo budget e ridurre le sue attività. Migliaia di studenti del Malawi, la cui iscrizione all’università era stata garantita dall’agenzia statunitense, da un giorno all’altro si sono ritrovati senza sostegno, ricevendo comunicazione di lasciare gli studi o trovare sponsor alternativi.
Il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità e lo smantellamento di Usaid creano un vuoto nelle politiche sanitarie, nell’assistenza umanitaria e nella cooperazione allo sviluppo a livello globale. L’Unione europea difficilmente riuscirà a compensare con un incremento massiccio dei suoi finanziamenti, sia per le difficoltà economiche di alcuni suoi paesi, sia perché il budget per questo tipo di spese è fissato fino al 2027 e sono possibili solo modifiche minime, sia perché all’interno degli stessi paesi dell’Ue sono sempre più forti e in posizioni di potere i partiti estremisti vicini alla dottrina Trump.
L’attore internazionale che potrebbe coprire il vuoto Usa è allora la Cina, che già da un po’ di tempo sta aumentando la sua influenza nei paesi in via di sviluppo attraverso profondi investimenti, soprattutto in infrastrutture. Come ha sottolineato alla Cnn Steve Tsang, direttore del China Institute alla Soas di Londra, “lo smantellamento di Usaid consentirà alla Cina di presentarsi come un partner affidabile, in netto contrasto con gli Stati Uniti, e di stringere relazioni più forti nel Sud del mondo, aumentando la propria potenza geopolitica”.
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